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Cresta Berhault

cresta berhault

La cresta dal Colle delle Traversette al MonViso rappresenta un importante capitolo dell’eccezionale traversata delle Alpi realizzata in 167 giorni da Patrick Berhault che ha concatenato le più belle pareti alpine dalla Slovenia alle Marittime in ventidue grandiose ascensioni “storiche”. Già da tempo questo ambizioso itinerario è nei sogni degli alpinisti. Dal 27 giugno al 1° luglio 1968 Livio Patrile ed Hervè Tranchero, i fortissimi del momento, realizzano in 5 giorni, bivaccando quattro volte in parete, la loro grande performance. Percorrono la lunga Cresta Nord-Nord-Ovest del MonViso, poi dalla vetta del Viso raggiungono il Dado di Vallanta e completano infine la traversata scendendo lungo la Cresta Ovest del Dado. La lunga cronaca della traversata è scrupolosamente descritta nel libro “MONVISO Re di Pietra” da Ezio Nicoli che conclude con queste parole: “Salgono ancora al Gagliardone a dire che ce l’hanno fatta, che hanno rapito a qualche altro un sogno. Senza cattiveria”. Trent’anni dopo, l’impresa di Patrik Berhault polverizza un altro sogno. L’otto e nove gennaio 2001 è autore in due giorni di una straordinaria impresa: da solo e in pieno inverno percorre integralmente la cresta dal Colle delle Traversette alla vetta del Viso. Con questa fantastica avventura Berhault firma la prima solitaria invernale. Il 16 agosto 1990 Riki Maero, giovane alpinista di Piasco, realizzava un altro bellissimo exploit: la prima solitaria della lunghissima cresta in solo 8 ore dal Colle delle Traversette alla vetta del Viso. “L’uomo è felice – come dice Nietzsche – non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria”.

 

Avvicinamento: dal rifugio Giacoletti raggiungere il Sentiero del Postino e il Colle delle Traversette, oppure partire direttamente da Pian del Re o dal rifugio Viso.

Autori: Livio Patrile ed Hervè Tranchero, dal 28 al 30 giugno 1968 con un bivacco sulla cresta Nord della Gastaldi e un secondo bivacco al Colle delle Cadreghe di Viso.

Caratteristiche: oltre a considerare lo sviluppo himalayano, è bene conoscere le vie di fuga dalla cresta, i rifugi d’appoggio e la discesa lungo la normale del Viso. Il solo tratto di cresta dal Colle delle Traversette alla vetta del Viso supera i 6 chilometri di sviluppo con un dislivello complessivo di 2000 metri in salita e 1100 metri in discesa.

Difficoltà: terreno di alta montagna impegnativo e costantemente al di sopra dei 3000 metri di quota, su roccia, neve e ghiaccio.

Tempo di salita: exploit a parte…., nell’estate 2009 David Preiss, guida alpina di Molines en Queyras, ha percorso integralmente la cresta con il diciassettenne compagno di cordata Maxime Menuet in soli due giorni, inclusi avvicinamento e rientro (partendo dal Belvédère du Visó); dal Passo Due Dita sono scesi al rifugio Vallanta per la notte e all’alba hanno ripreso la traversata da dove l’avevano interrotta. Per suddividere l’itinerario in più tappe è possibile pernottare nei rifugi Giacoletti e Vallanta e di qui riprendere la cresta dal punto raggiunto.

Attrezzatura: materiale alpinistico, piccozza, ramponi, chiodi da ghiaccio, materiale da bivacco, casco, frontale, fettucce per attrezzare le soste di calata, etc.

– Dal Colle delle Traversette al Passo Giacoletti sono stati posizionati numerosi Fix da 10 mm con piastrine omologate; gli ancoraggi delle calate in doppia sono costituiti da due piastrine con anello (agosto 2008).

– Il tratto di cresta dal Passo Giacoletti alla vetta del Viso è completamente sprovvisto sia di Fix che di soste per le doppie; si possono trovare alcuni chiodi normali, cordoni e fettucce lasciati dai precedenti salitori.

Progressione: oltre all’allenamento e all’abitudine a muoversi su questi terreni è fondamentale un’ottima pratica nella progressione “a corda tesa” e un buon affiatamento della cordata sia su roccia che su ghiaccio.

Discesa: dalla vetta del Viso (3841 m) scendere il versante sud lungo la via normale, segni gialli e qualche chiodo, fino al bivacco Andreotti (3225 m). Continuare nel Vallone delle Forciolline verso il bivacco Boarelli (2850 m) e dal Passo delle Sagnette (2991 m) raggiungere il rifugio Sella (2640 m), 3-4 ore.

Descrizione: dal Colle delle Traversette (2950 m) seguire la traccia della via normale, segnalata in giallo, e raggiungere la croce sulla punta principale delle Rocce Fourioun (3153 m). Continuare lungo la cresta sommitale e superare il primo rilievo; poco prima del secondo, scendere a destra sul versante francese, utilizzando un sistema di cenge e canalini, per evitare una doppia di 30 metri lungo lo spigolo sud. Salire la punta successiva per pietraie e facili saltini e scendere sulle cenge del versante italiano. Riprendere la cresta che diventa quasi pianeggiante e percorrerla per un lungo tratto camminando sui compatti lastroni esposti ad occidente. Salire alla base dell’Aiguille Bleue (3126 m) che si raggiunge superando un camino verticale, affacciato sul vallone delle Traversette, alto una decina di metri (Fix). Il toponimo Aiguille Bleue prende probabilmente il nome dal colore blu delle rocce che ne formano la vetta; non compare nella cartografia italiana ma solo in quella francese. Dall’Aiguille Bleue seguire un primo tratto di cresta, quando diventa più ripida, piegare leggermente a destra sul versante francese (ometti, tacche di vernice gialla e Fix) e raggiungere il Colle del Coulour Bianco.

Dal colle è possibile scendere al Lago Porcieroles sul lato francese e risalire al Colle del Coulour del Porco per poi rientrare al rifugio Giacoletti, 1 ora e 15’ oppure scendere direttamente al rifugio Viso, 1 ora e 15’.

Dal Colle del Coulour Bianco (2986 m) seguire il filo frastagliato della cresta fino ad una sosta di calata posta sulla cima di un gendarme. Scendere in doppia all’intaglio (20 m) e superare il torrione successivo con una lunghezza di corda (30 m, 3c). Continuare lungo la cresta per raggiungere la croce della Punta Venezia (3095 m). Raggiungere il piccolo bivacco e seguendo i segnavia gialli della via normale portarsi al Colle del Coulour del Porco (2920 m).

Dal colle, lungo il percorso della Ferrata, si raggiunge il rifugio Giacoletti in una mezz’ora circa.

Salire lungo le tracce della via normale (ometti) alla Punta Udine (3022 m). Dalla Punta Udine seguire per una quarantina di metri la cresta in leggera discesa e, dietro uno spuntone, individuare la sosta della prima calata in corda doppia, 30 m. Continuare la discesa con una seconda calata da 30 metri e raggiungere la Breccia degli Angeli alla base del muro rosso.

Dall’intaglio è possibile scendere il canale verso il Lago Porcieroles sul versante francese e risalire al Colle del Coulour del Porco per poi rientrare al rifugio Giacoletti, 1 ora.

Dalla breccia, continuare lungo la cresta formata da torrioni, gendarmi e spuntoni mantenendo il filo frastagliato che fa da confine a pareti di oltre 300 metri. Si alterna alla progressione in conserva anche qualche tiro di 25/30 metri e alcune calate di 30 metri al massimo. Raggiunta l’ampia sella detritica alla base del versante Nord-Nord-Ovest della Punta Roma, continuare piegando prima verso sinistra poi verso destra per raggiungere la Madonnina della vetta.

Dalla vetta è possibile scendere lungo la via normale (segnavia rossi) per raggiungere il rifugio Giacoletti, un’ora e 30’ oppure Pian del Re.

Dalla Punta Roma (3070 m) seguire la cresta spartiacque sui gradoni compatti fino al punto in cui questa precipita verticalmente. Portarsi sul vertice del torrione e scendere in doppia (30 m). Continuare lungo la cresta e raggiungere il Passo del Colonnello (2995 m, targhetta e vecchio chiodo con anello cementato).

Dal passo è possibile rientrare al rifugio Giacoletti in un’ora e 20’. Il sentierino è segnalato con tacche di vernice fino all’incrocio del sentiero principale.

Continuare lungo il profilo della cresta e raggiungere il Passo Giacoletti (2990 m, targa in bronzo).

Dal passo è possibile rientrare al rifugio Giacoletti in un’ora e 30’. Il sentiero è completamente segnalato e, nei tratti più ripidi, attrezzato con Fix e corde fisse.

Dal Passo Giacoletti si segue il sentiero sulla cengia trasversale che incide il versante della Valle del Guil fino ad un breve canale del quale si raggiunge la sommità (3020 m). Lasciare il sentiero che scende all’attacco della normale di Punta Gastaldi e al Passo di Vallanta e risalire la pietraia verso la cresta. N.B. L’itinerario per la Punta Gastaldi e tutto il tratto della Cresta Berhault fino in vetta al MonViso è completamente sprovvisto di Fix e soste per le doppie; si possono trovare solo chiodi normali, cordoni e fettucce lasciati dai precedenti salitori. Continuare sul filo della cresta Nord e raggiungere la croce della Punta Gastaldi (3214 m).

Dalla Punta Gastaldi è possibile rientrare al rifugio Giacoletti in circa 3 ore; la via normale è segnalata con tacche di vernice e attrezzata con alcuni chiodi nei tratti più impegnativi, all’incrocio si risale al Passo Giacoletti e di qui al rifugio. Si raggiunge anche il rifugio Vallanta in 2 ore circa scendendo al Passo di Vallanta.

Dalla Punta Gastaldi raggiungere la Punta Due Dita (3147 m) poi il Passo Due Dita (3010 m).

Dal Passo due Dita, si può scendere al rifugio Vallanta in un’ora e 30’ oppure a Pian del Re in Val Po, lungo il canale Due Dita, 2 ore.

Dal Passo due Dita seguire la cresta Nord-Ovest e arrivare sulla vetta principale del Visolotto, il Picco Lanino (3348 m). Continuare la traversata e, superato il Picco Coolidge (3340 m), giungere sul Picco Montaldo (3344 m). Scendere con alcune doppie lungo la Cresta Sud-Est, al Colle Nord delle Cadreghe di Viso (3131 m) e raggiungere a breve distanza il Colle Sud delle Cadreghe di Viso (3130 m).

Dal Colle delle Cadreghe di Viso si può scendere al rifugio Vallanta in un’ora e 30’.

Dal Colle delle Cadreghe di Viso, seguendo l’itinerario della Cresta Nord-Nord-Ovest, raggiungere la vetta del Viso (3841 m).

Vie di Fuga:

– Dal Colle del Coulour Bianco si scende al Lago Porcieroles sul lato francese e si risale al Colle del Coulour del Porco per rientrare al rifugio Giacoletti in 1 ora e 15’ oppure si scende direttamente al rifugio Viso nello stesso tempo.

– A pochi metri dalla vetta di Punta Venezia è agibile il piccolo bivacco “Amici del CAI Cavour” che può ospitare 2 persone a dormire.

– Dal Colle del Coulour del Porco, lungo la via Ferrata, si raggiunge il rifugio Giacoletti in mezz’ora circa.

– Dalla Breccia degli Angeli si scende il canale verso il Lago Porcieroles sul versante francese e si risale al Colle del Coulour del Porco per poi rientrare al rifugio Giacoletti, 1 ora.

– Da Punta Roma si scende lungo la via normale (segnavia rossi) per raggiungere il rifugio Giacoletti, 1 ora e 30’ oppure Pian del Re.

– Dal Passo del Colonnello si raggiunge il rifugio Giacoletti in un’ora e venti. Il sentierino è segnalato con tacche di vernice fino all’incrocio del sentiero principale.

– Dal Passo Giacoletti si rientra al rifugio Giacoletti in un’ora e trenta. Il sentiero è completamente segnalato e, nei tratti più ripidi, attrezzato con Fix e corde fisse.

– Dalla Punta Gastaldi si rientra al rifugio Giacoletti in circa 3 ore; la via normale della Gastaldi è segnalata con tacche di vernice e attrezzata con alcuni chiodi nei tratti più impegnativi, all’incrocio si risale al Passo Giacoletti e di qui al rifugio.

– Dalla Punta Gastaldi si raggiunge il rifugio Vallanta in 2 ore.

– Dal Passo due Dita si scende al rifugio Vallanta in un’ora e 30’ oppure a Pian del Re, lungo il canale Due Dita, 2 ore.

– Dal Colle delle Cadreghe di Viso si scende al rifugio Vallanta in un’ora e 30’

– E’ sconsigliata la discesa in corda doppia sugli opposti versanti della cresta per la complessa morfologia e la considerevole altezza delle pareti.

Trois Rivieres e Ti Punch

Versante Ovest

La grande parete occidentale della Punta Roma è attraversata da due belle vie che corrono parallele a poche decine di metri di distanza l’una dall’altra per poi riunirsi in vetta. Sono le sorelle francesi della Cresta Est e di Tempi Moderni sulla Punta Udine.

Realizzate nel 1996 dalle guide alpine del Queyras, Richard Clermont, Sylvain Pusnel e David Preiss, si prestano ottimamente ad essere concatenate con le vie di Punta Udine per una mega-giornata di arrampicata !

Parete al sole dopo le 11 del mattino.

Avvicinamento: la partenza delle vie è a circa 1 ora e 40′ dal Giacoletti, si raggiunge percorrendo il sentiero e la via Ferrata del Colle del Coulour del Porco. Arrivati al colle occorre scendere sul versante francese in direzione del Rifugio Viso quasi fino al Lago Porcieroles, di qui si attraversa e si risale alla base delle vie su pietraie e lingue di neve. Individuare gli attacchi a sinistra della verticale della vetta.

Discesa: è possibile scendere in doppia lungo gli itinerari di salita oppure seguendo la traccia della via normale sul versante Sud-Est. Dalla vetta seguire i segnavia rossi fino al bivio del Passo Giacoletti poi la recente segnaletica fino al rifugio, 1h e 30’

Trois Rivières

Difficoltà: AD+ 4c max, 4c obbl.

Sviluppo: 300 m.

Tempo di salita: 3-4 ore

Attrezzatura: Fix 10 mm.

Descrizione

La partenza della via si trova a sinistra di un canale-camino sopra una fascia di rocce chiare, 60 metri a sinistra della vena di quarzo di Ti’ Punch.

L1 50m. Dalla cengia sopra la fascia di rocce chiare superare un pilastrino nerastro seguito da un piccolo diedro, continuare sulla destra lungo diedri e gradini fino alla sosta. 3a, 4c

L2 40m. Spostarsi a destra del diedro e salire la placca fessurata seguita da un diedrino poi verso destra un pilastro di placche abbattute fino alla terrazza. 4b

L3 40m. Continuare in aderenza sulle placche e superare un piccolo strapiombo. 4c, 4b

L4 35m. Salire il breve sperone a destra della sosta e la bella placca chiara. 4b

L5 40m. Spostarsi a destra per superare un pilastro poi a sinistra in sosta. 4c

L6 35m. In obliquo a sinistra su dei saltini e una placca chiara. 2b, 3c

L7 40m. Salire la placca fessurata poi una più ripida fino alla sosta sullo spigolo. 4b

L8 40m. Superare un breve passaggio a destra della sosta e continuare lungo il canalino roccioso per raggiungere la madonnina in vetta. 3b, 2b

Ti’ Punch

Difficoltà: TD- 6a max, 5c obbl.

Sviluppo: 300 m.

Tempo di salita: 3-4 ore

Attrezzatura: Fix 10 mm.

Descrizione

L’attacco della via si trova 60 metri a destra di Trois Rivières e a sinistra della ripida parete nerastra, sul terrazzino appena sotto una vena di quarzo. Fix di sosta.

L1 45m. Salire verso la vena di quarzo bianca e continuare lungo un sistema di diedri obliquando leggermente verso destra fino alla sosta su una piccola terrazza. 4c, 6a

L2 40m. Superare il breve diedro poi continuare a destra sulla bella placca fessurata. 4c, 5c

L3 40m. Raggiungere la base di un salto verticale e salirlo direttamente poi in placca alla sosta. 3b, 6a

L4 40m. Pilastrino e piccolo bombé poi a destra su placche fessurate. 5c, 5b

L5 45m. Salire la placca a destra del diedro e quelle successive poi un ripido salto fessurato. 5a, 5b

L6 40m. Raggiungere la ripida placca a destra del filo del pilastro e la sosta sulla cengia. 5c, 6a

L7 45m. Superare la breve fessura-camino e i successivi gradoni. 4c, 3b

L8 30m. Continuare a sinistra lungo il filo di cresta e raggiungere la vetta. 3a

Traversata Gaglardone – P.Roma

“Salita lunghissima ma molto divertente”. Così la cresta che unisce Punta Roma alla Punta Udine viene definita da Giuseppe Gagliardone, “Pinela” per gli amici del CAI Monviso di Saluzzo, dopo la prima in 7 ore del 1934. Nello stesso anno, Giuseppe Gagliardone inizierà la serie delle sue brillanti “prime” nel gruppo del MonViso e non solo. Tra le altre, la Direttissima alla parete Ovest del Visolotto, la Diretta della parete Nord-Ovest del Viso di Vallanta, la prima invernale della parete Sud-Est di Punta Roma, la Direttissima al Viso per la parete Est del Torrione di St. Robert. “Il signore del difficile”, come lo definì l’amico Armando Biancardi, realizza nel 1942 con Giusto Gervasutti la prima della formidabile parete Est delle Gran Jorasses, nel ’46 sempre con Gervasutti e Carlo Arnoldi vince la cresta Est del Petit Capucin. Seguono la Fürgen sul Cervino e le vie Preuss, Dulfer e Fehrmann nel gruppo delle Lavaredo. Dal MonViso alle grandi pareti delle Alpi, Gagliardone anticipa così l’eccezionale traversata delle Alpi di Patrick Berhault. Sulle tracce di “Pinela”, Berhault nel 2001 percorre integralmente la cresta dal Colle delle Traversette alla vetta del Viso realizzando la prima solitaria invernale. L’itinerario proposto, come via di salita alla Punta Roma, si snoda in senso inverso a quello compiuto da Gagliardone e compagni nel 1934. La Traversata Gagliardone, segmento della Cresta Berhault, offre un notevole panorama sui ghiacciai del Delfinato e del Monte Rosa e viste a perdifiato sulla parete Nord del Monviso. Il concatenamento della Cresta Est della Udine e della Traversata Gagliardone per arrivare in vetta alla Punta Roma è senza dubbio uno degli itinerari più interessanti e completi del settore. Assolutamente consigliato.

Avvicinamento: dal rifugio Giacoletti imboccare la traccia di sentiero che parte dal pennone della bandiera e conduce, con una lunga diagonale attraverso un pendio di rocce rotte e nevai, allo sbocco del canalone del Coulour del Porco, chiuso a sinistra dalla ripida parete N-E della Punta Udine e a destra dalle balze rocciose della Punta Venezia. Da qui il sentiero sale a serpentina sulla pietraia fino a raggiungere, sulla parete destra del canale, l’inizio della via ferrata segnalato con un ben visibile bollo rosso e bianco. Seguire il percorso della Ferrata che consente di raggiungere in breve il Colle del Coulour del Porco (2920 m). Dal colle volgere a sinistra e risalire un pendio di pietrame e rocce rotte fino alla vetta esattamente a picco sul rifugio. Ad inizio stagione sono indispensabili piccozza e ramponi per superare eventuali tratti di pendio ancora coperti di neve. Dislivello in salita, 280 m. Tempo di percorrenza, ore 1.

Autori: Giuseppe Gagliardone, G. Fissore e R. Negro il 29 luglio 1934

Difficoltà: AD 5a max, 4a obbl.

Sviluppo: 900 m.

Tempo di salita: 4-5 ore

Attrezzatura: Fix 10 mm, piastrine e soste omologate. Portare una serie di nuts, fettucce e longe per le calate. Attrezzata nell’agosto 2009

Progressione: per procedere in sicurezza su questo tipo di terreno è necessaria una buona dimestichezza con la tecnica di progressione chiamata “a corda tesa” o “in conserva” e un buon affiatamento tra tutti i membri della cordata.

Discesa: dalla vetta seguire i segnavia rossi della via normale e il sentiero fino al rifugio, 1h e 30’.

Descrizione: dalla Punta Udine (3022 m) seguire per una quarantina di metri la cresta in leggera discesa e superato uno spuntone, individuare la sosta della prima calata in corda doppia, 30 m. Continuare la discesa con una seconda calata da 30 metri e raggiungere la Breccia degli Angeli alla base del muro rosso. Dalla breccia, continuare “a corda tesa” lungo tutta la cresta formata da torrioni, gendarmi affilati, spuntoni e gradoni spigolosi mantenendo il filo frastagliato che fa da confine a pareti di oltre 300 metri. Si superano spigoli, fessure, diedri e camini, alternando alla progressione in conserva anche qualche tiro di corda da 25/30 metri e alcune calata in doppia di 30 metri al massimo.

– I numerosi Fix con piastrine posizionati lungo l’itinerario, oltre a renderlo più sicuro ne evidenziano meglio il percorso.

– Due Fix accoppiati indicano un punto di sosta o l’ancoraggio per una calata in doppia.

Raggiunta l’ampia sella detritica alla base del versante Nord-Nord-Ovest della Punta Roma, continuare piegando verso sinistra lungo un sistema di placche e gradoni per evitare un settore ripido e fratturato, poi verso destra per raggiungere la Madonnina della vetta.

Varianti: a tutti gli alpinisti allenati consigliamo di raggiungere la Punta Udine scegliendo tra i bellissimi itinerari di arrampicata che portano in vetta. Se si sale lungo la Cresta Est, è anche possibile evitare l’ultimo tratto di salita alla vetta e le successive calate, raggiungendo direttamente la Breccia degli Angeli lungo tutta la cengia che attraversa la parete Est. Dalla Punta Roma è possibile continuare sulla “Cresta del Colonnello” per raggiungere il Passo del Colonnello e il Passo Giacoletti, 3-4 ore.

Vie di Fuga: In caso di maltempo, l’unica scappatoia è quella dalla Breccia degli Angeli; raggiunto l’intaglio è possibile scendere il canale detritico verso il Lago Porcieroles sul versante francese e risalire al Colle del Coulour del Porco per poi rientrare in rifugio, 1 ora. E’ sconsigliata la discesa in corda doppia sugli opposti versanti della cresta per la complessa morfologia e la considerevole altezza delle pareti.

Cresta del Colonnello

Il bellissimo itinerario della Cresta del Colonnello o Cresta Sud percorre interamente la lunga e dentellata linea che unisce il Passo Giacoletti alla Punta Roma. Il percorso, così come l’avvicinamento, si snoda in un ambiente grandioso e selvaggio, terreno ideale per mettere a punto la tecnica di progressione in conserva e magari allenarsi in vista del concatenamento della mitica “Cresta Berhault”. Panorama garantito e spettacolare vista sui 4000 delle Alpi. La prima salita della Cresta Sud della Roma, il 12 agosto 1921, rappresenta un momento importante nella carriera delle Guide Giuseppe e Giovanni Perotti, discendenti dell’illustre dinastia di Guide che, dal 1874, con trenta e più nuove vie tracciate, cento e più anni di lotta tenace, sacrifici ed eroismi, ha segnato la storia del MonViso. Per Giuseppe, detto “Pin”, questa è l’ultima “prima” della sua lunga carriera che conta oltre 500 salite al Viso e numerose prime di rilievo. Per Giovanni, appena ventenne, nipote di “Pin” e figlio del famoso “Farina”, inizia invece la sua carriera che sarà scandita da oltre 600 salite al Viso e innumerevoli vie nuove, sovente con il fratello Quintino, anche lui Guida.

Avvicinamento: dal Rifugio Giacoletti (2740 m) si prende il sentiero che scende a Pian del Re passando dal Lago Superiore; giunti ad un piano (2560 m, cartelli), si abbandona il sentiero principale e si segue a destra il bivio per la Punta Roma. Dopo numerose svolte si lascia a destra la diramazione (2800 m, cartelli) che sale a Punta Roma e si arriva in breve ad un bivio (2820 m, cartelli). Lasciata a destra la deviazione per il Passo del Colonnello, si continua attraversando in leggera discesa l’ampia conca erbosa e si raggiunge dopo pochi tornanti uno stretto canalino roccioso. Lo si attraversa seguendo il sentiero tra le rocce e, procedendo per cengette e facili saltini, si arriva al Passo Giacoletti (2990 m, targa in bronzo). Il sentiero è completamente segnalato e, nei tratti più esposti, attrezzato con tasselli da 10 mm e corde fisse, passi di II°. Ad inizio stagione sono indispensabili piccozza e ramponi per superare eventuali tratti di pendio ancora coperti di neve. Dislivello in salita, 460 m. Tempo di percorrenza, ore 2.

Autori: Mario Sandri con la Guida Giuseppe Perotti e Giovanni Perotti, il 12 agosto 1921.

Difficoltà: PD+ 3c max, 3c obbl. Sviluppo 800 m.

Tempo di salita: 3-4 ore.

Attrezzatura: Fix 10 mm, piastrine e soste omologate. Portare una serie di nuts, fettucce e longe. Attrezzata nell’agosto 2008.

Progressione: Per procedere in sicurezza su questo tipo di terreno è necessaria una buona dimestichezza con la tecnica di progressione chiamata “a corda tesa” o “in conserva” e un buon affiatamento tra tutti i membri della cordata.

Discesa: Dalla vetta seguire i segnavia rossi della via normale e il sentiero fino al rifugio, 1h e 30’.

Descrizione: Dal Passo Giacoletti, lasciare il sentiero che attraversa in direzione del Passo di Vallanta e procedere utilizzando la progressione “in conserva” lungo tutta la cresta formata da torrioni e gendarmi affilati mantenendo il filo frastagliato che fa da confine a pareti di oltre 200 metri. Si superano spigoli, fessure, diedri e camini, alternando alla progressione in conserva anche qualche tiro di corda da 25/30 metri.

– I numerosi Fix con piastrine posizionati lungo l’itinerario, oltre a renderlo più sicuro ne evidenziano meglio il percorso.

– Due Fix accoppiati indicano un punto di sosta o l’ancoraggio per una calata in doppia.

A circa metà itinerario si raggiunge il Passo del Colonnello (2995 m, targhetta), dal quale in caso di maltempo è possibile rientrare direttamente in rifugio (segnavia gialli). Dal Passo del Colonnello continuare in conserva lungo la cresta quasi pianeggiante fino alla base di un bel torrione verticale, superarlo a destra lungo un marcato diedro con due belle lunghezze di 25 e 20 metri, 3c obl. Raggiunta l’aerea cresta formata da affilati gendarmi e gradoni di rocce rosse, si percorre l’ultimo tratto sui ruvidi lastroni monolitici arrivando infine alla Madonnina della vetta.

Varianti: Dalla Punta Roma è possibile continuare la cresta per raggiungere Punta Udine, percorrendo la Traversata Gagliardone, 4-5 ore.

Vie di Fuga: In caso di maltempo, l’unica scappatoia è quella dal Passo del Colonnello raggiunto il quale si scende direttamente sul sentiero che conduce al rifugio, 1h e 20’. Il sentierino a tratti esposto, è segnalato con tacche di vernice fino all’incrocio del sentiero principale. E’ sconsigliata la discesa in corda doppia sugli opposti versanti della cresta per la complessa morfologia delle pareti.

Cresta Est di P. Udine

La Cresta Est è una grande classica stile “Montagna”.

12 lunghezze di corda aeree, omogenee e logiche su difficoltà moderate.

Vista formidabile sulla parete Nord del MonViso e sull’immensa pianura del Po con il Cervino e il Monte Rosa all’orizzonte.

Adatta a tutti, alpinisti navigati ed arrampicatori che si cimentano con le loro prime vie in montagna, assolutamente da non perdere !

Autori: Felice Burdino, Dino Genero, Ettore Serafino il 21 settembre 1952

Difficoltà: AD+ 4c max, 4b obbl.

Sviluppo: 400 m.

Tempo di salita: 3-4 ore

Attrezzatura: Fix 10 mm, piastrine e soste omologate (estate 2009).

Discesa: Dalla vetta seguire gli ometti fino al Colle del Coulour del Porco e il percorso della Ferrata fino al rifugio, fino alla sosta 5 è possibile scendere in doppia.

Descrizione: dal Giacoletti salire il sentiero che porta alla base del canale–camino a sinistra dello sperone, 10 minuti.

Nome scritto alla base della via.

L1 30m. Superare il canale-camino e raggiungere la comoda sosta sotto ad un tetto fessurato. 3b, 4b

L2 20m. Pochi metri a destra e poi verticalmente fino alla base di una placca fessurata. 3c, 3a

L3 40m. Salire la placca fessurata e poi traversare fino a raggiungere un intaglio esattamente sul filo di cresta. 4c, 4b

L4 25m. Superare l’ostico e stretto camino, attenzione allo zaino. 4c, 4b

L5 30m. Seguendo placche poco inclinate e facili gradoni, raggiungere il terrazzino erboso sulla cresta. 3b

L6 30m. Seguire il filo di cresta caratterizzato da gendarmi affilati. 3a

L7 30m. Continuare sulla cresta superando a sinistra un breve risalto fino alla base di uno sperone verticale. 3a

L8 50m. Percorrere il canalino erboso fino al suo termine e raggiungere la Traversata degli Angeli, aerea cengia erbosa che taglia orizzontalmente tutta la parete est della Udine, utilizzata anche come via di fuga dalla cresta.

L9 35m. Lasciare a sinistra la Traversata degli Angeli e continuare a destra sul pilastrino fratturato e la compatta placconata per ritornare nuovamente sul filo di cresta. 3b, 4a

L10 40m. Seguire l’elegante e panoramica cresta e raggiungere un comodo punto di sosta, bellissima lunghezza. 4b, 4c

L11 40m. Continuare sulla cresta fino alla base di un modesto torrione. 2b, 3b

L12 30m. Superare il torrione e raggiungere la cresta sommitale a pochi metri dalla croce. 3c, 4a

Traversata degli Angeli

Il giardino pensile che taglia orizzontalmente tutta la parete Est della Udine è il pascolo prediletto di stambecchi e marmotte.

Dalla Cresta Est è possibile percorrere tutta l’aerea cengia e raggiungere la Breccia degli Angeli, marcato intaglio sulla cresta spartiacque alla base del bel muro rosso della Udine. Dalla breccia, seguendo l’itinerario della “Cresta Berhault”, si può raggiungere Punta Roma (3 ore, 4a max) e la Punta Udine (40’, 4a max), oppure, in caso di maltempo, si può scendere il canale detritico verso il Lago Porcieroles e risalire al Colle del Coulour del Porco e rientrare in rifugio (1 ora).

Nell’Himalaya indiana, di Tiziano Terzani

Nell’Himalaya indiana, 17 gennaio 2002

Mi piace essere in un corpo che ormai invecchia. Posso guardare le montagne senza il desiderio di scalarle. Quand’ero giovane le avrei volute conquistare. Ora posso lasciarmi conquistare da loro. Le montagne, come il mare, ricordano una misura di grandezza dalla quale l’uomo si sente ispirato, sollevato. Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci è difficile riconoscerla. Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo, attraverso i secoli, tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell’Himalaya, sperando di trovare in queste altezze le risposte che sfuggivano loro restando nelle pianure. Continuano a venire.
L’inverno scorso davanti al mio rifugio passò un vecchio sanyasin vestito d’arancione. Era accompagnato da un discepolo, anche lui un rinunciatario. «Dove andate, Maharaj?» gli chiesi. «A cercare dio», rispose, come fosse stata la cosa più ovvia del mondo.
Io ci vengo, come questa volta, a cercare di mettere un po’ d’ordine nella mia testa. Le impressioni degli ultimi mesi sono state fortissime e prima di ripartire, di « scendere in pianura» di nuovo, ho bisogno di silenzio. Solo così può capitare di sentire la voce che sa, la voce che parla dentro di noi. Forse è solo la voce del buon senso, ma è una voce vera.
Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili; il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più vivo. L’esistenza qui è semplicissima. Scrivo seduto sul pavimento di legno, un pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l’acqua di una sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco – a volte anche un leopardo -, faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il fiammifero usato. Qui tutto è all’osso, non ci sono sprechi e presto si impara a ridare valore ad ogni piccola cosa. La semplicità è un enorme aiuto nel fare ordine.
A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d’impotenza che molti, specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti. Eppure, dinanzi alla complessità di meccanismi disumani – gestiti chi sa dove, chi sa da chi – l’individuo è sempre più disorientato, si sente al perso, e finisce così per fare semplicemente il suo piccolo dovere nel lavoro, nel compito che ha dinanzi, disinteressandosi del resto e aumentando così il suo isolamento, il suo senso di inutilità. Per questo è importante, secondo me, riportare ogni problema all’essenziale. Se si pongono le domande di fondo, le risposte saranno più facili.
Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale. Quella economica raffronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare, arrenderci al fatto che l’economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci è utile?
« In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui continueranno ad esserci», si dice. «Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non cercare di cominciarne una nuova?» rispose Gandhi a chi gli faceva questa solita, banale obbiezione.
L’idea che l’uomo possa rompere col proprio passato e fare un salto evolutivo di qualità era ricorrente nel pensiero indiano del secolo scorso. L’argomento è semplice: se l’homo sapiens, quello che ora siamo, è il risultato della nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest’uomo, con una nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia, più impegnato nel suo rapporto col prossimo e meno rapace nei confronti del resto dell’universo? E poi, siccome questa evoluzione ha a che fare con la coscienza, perché non provare noi, ora, coscientemente, a fare un primo passo in quella direzione? Il momento non potrebbe essere più appropriato visto che questo homo sapiens è arrivato ora al massimo del suo potere, compreso quello di distruggere sé stesso con quelle armi che, poco sapientemente, si è creato.
Guardiamoci allo specchio. Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi millenni abbiamo fatto enormi progressi. Siamo riusciti a volare come uccelli, a nuotare sott’acqua come pesci, andiamo sulla luna e mandiamo sonde fin su Marte. Ora siamo persino capaci di donare la vita. Eppure, con tutto questo progresso non siamo in pace ne con noi stessi ne col mondo attorno. Abbiamo appestato la terra, dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e reso infernale la vita degli animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo « amici » e che coccoliamo finché soddisfano la nostra necessità di un surrogato di compagnia umana.
Aria, acqua, terra e fuoco, che tutte le antiche civiltà hanno visto come gli elementi base della vita – e per questo sacri – non sono più, com’erano, capaci di autorigenerarsi naturalmente da quando l’uomo è riuscito a dominarli e a manipolarne la forza ai propri fini. La loro sacra purezza è stata inquinata. L’equilibrio è stato rotto. Il grande progresso materiale non è andato di pari passo col nostro progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l’uomo non è mai stato tanto povero da quando è diventato così ricco. Da qui l’idea che l’uomo, coscientemente, inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora impegnata prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicità, dovrebbe rivolgersi anche all’esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di sé.
Idee assurde di qualche fachiro seduto su un letto di chiodi? Per niente. Queste sono idee che, in una forma o in un’altra, con linguaggi diversi, circolano da qualche tempo nel mondo. Circolano nel mondo occidentale, dove il sistema contro cui queste idee teoricamente si rivolgono le ha già riassorbite, facendone i «prodotti» di un già vastissimo mercato « alternativo » che va dai corsi di yoga a quelli di meditazione, dall’aromaterapia alle «vacanze spirituali» per tutti i frustrati della corsa dietro ai conigli di plastica della felicità materiale. Queste idee circolano nel mondo islamico, dilaniato fra tradizione e modernità, dove si riscopre il significato originario di jihad, che non è solo la guerra santa contro il nemico esterno, ma innanzitutto la guerra santa interiore contro gli istinti e le passioni più basse dell’uomo.
Per cui non è detto che uno sviluppo umano verso l’alto sia impossibile. Si tratta di non continuare incoscientemente nella direzione in cui siamo al momento. Questa direzione è folle, come è folle la guerra di Osama bin Laden e quella di George W. Bush. Tutti e due citano Dio, ma con questo non rendono più divini i loro massacri.
Allora fermiamoci. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla prospettiva dei nostri pronipoti. Guardiamo all’oggi dal punto di vista del domani per non doverci rammaricare poi d’aver perso ima buona occasione. L’occasione è di capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l’etica della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l’idea di una civiltà superiore a un’altra è solo frutto di ignoranza, che l’armonia, come la bellezza, sta nell’equilibrio degli opposti e che l’idea di eliminare uno dei due è semplicemente sacrilega. Come sarebbe il giorno senza la notte? La vita senza la morte? O il Bene? Se Bush riuscisse, come ha promesso, a eliminare il Male dal mondo?
Questa mania di voler ridurre tutto ad una uniformità è molto occidentale. Vivekananda, il grande mistico indiano, viaggiava alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti per far conoscere l’induismo. A San Francisco, alla fine di una sua conferenza, una signora americana si alzò e gli chiese: «Non pensa che il mondo sarebbe più bello se ci fosse una sola religione per tutti gli uomini?» «No», rispose Vivekananda. «Forse sarebbe ancora più bello se ci fossero tante religioni quanti sono gli uomini. »
« Gli imperi crescono e gli imperi scompaiono », dice l’inizio di uno dei classici della letteratura cinese, II Romanzo dei Tré Regni. Succederà anche a quello americano, tanto più se cercherà d’imporsi con la forza bruta delle sue armi, ora sofisticatissime, invece che con la forza dei valori spirituali e degli ideali originali dei suoi stessi Padri Fondatori.
I primi ad accorgersi del mio ritorno quassù sono stati due vecchi corvi che ogni mattina, all’ora di colazione, si piazzano sul deodar, l’albero di dio, un maestoso cedro davanti a casa e gracchiano a più non posso finché non hanno avuto i resti del mio yogurt – ho imparato a farmelo – e gli ultimi chicchi di riso nella ciotola. Anche se volessi, non potrei dimenticarmi della loro presenza e di una storia che gli indiani raccontano ai bambini a proposito dei corvi. Un signore che stava, come me, sotto un albero nel suo giardino, un giorno non ne potè più di quel petulante gracchiare dei corvi. Chiamò i suoi servi e quelli con sassi e bastoni li cacciarono via. Ma il Creatore, che in quel momento si svegliava da un pisolino, si accorse subito che dal grande concerto del suo universo mancava una voce e, arrabbiatissimo, mandò di corsa un suo assistente sulla terra a rimettere i corvi sull’albero.
Qui, dove si vive al ritmo della natura, il senso che la vita è una e che dalla sua totalità non si può impunemente aggiungere o togliere niente è grande. Ogni cosa è legata, ogni parte è l’insieme.
Thich Nhat Hanh, il monaco vietnamita, lo dice bene a proposito di un tavolo, un tavolino piccolo e basso come quello su cui scrivo. Il tavolo è qui grazie ad una infinita catena di fatti, cose e persone: la pioggia caduta sul bosco dove è cresciuto l’albero che un boscaiolo ha tagliato per darlo a un falegname che lo ha messo assieme coi chiodi fatti da un fabbro col ferro di una miniera… Se un solo elemento di questa catena, magari il bisnonno del falegname, non fosse esistito, questo tavolino non sarebbe qui.
I giapponesi, ancora quando io stavo nel loro paese, pensavano di proteggere il clima delle loro isole non tagliando le foreste giapponesi, ma andando a tagliare quelle dell’Indonesia e dell’Amazzonia. Presto si son resi conto che anche questo ricadeva su di loro: il clima della terra mutava per tutti, giapponesi compresi.
Allo stesso modo, oggi non si può pensare di continuare a tenere povera una grande parte del mondo per rendere la nostra sempre più ricca. Prima o poi, in una forma o nell’altra, il conto ci verrà presentato. O dagli uomini o dalla natura stessa.
Quassù, la sensazione che la natura ha una sua presenza psichica è fortissima. A volte, quando tutto imbacuccato contro il freddo mi fermo ad osservare, seduto su un grotto, il primo raggio di sole che accende le vette dei ghiacciai e lentamente solleva il velo di oscurità, facendo emergere catene e catene di altre montagne dal fondo lattiginoso delle valli, un’aria di immensa gioia pervade il mondo ed io stesso mi ci sento avvolto, assieme agli alberi, gli uccelli, le formiche: sempre la stessa vita in tante diverse, magnifiche forme.
È il sentirsi separati da questo che ci rende infelici. Come il sentirci divisi dai nostri simili. «La guerra non rompe solo le ossa della gente, rompe i rapporti umani », mi diceva a Kabul quel vulcanico personaggio che è Gino Strada. Per riparare quei rapporti, nell’ospedale di Emergency, dove ripara ogni altro squarcio del corpo, Strada ha una corsia in cui dei giovani soldati talebani stanno a due passi dai loro «nemici», soldati dell’Alleanza del Nord. Gli uni sono prigionieri, gli altri no; ma Strada spera che le simili mutilazioni, le simili ferite li riavvicineranno.
Il dialogo aiuta enormemente a risolvere i conflitti. L’odio crea solo altro odio. Un cecchino palestinese uccide una donna israeliana in una macchina, gli israeliani reagiscono ammazzando due palestinesi, un palestinese si imbottisce di tritolo e va a farsi saltare in aria assieme a una decina di giovani israeliani in una pizzeria; gli israeliani mandano un elicottero a bombardare un pulmino carico di palestinesi, Ì palestinesi… e avanti di questo passo. Fin quando? Finché son finiti tutti i palestinesi? tutti gli israeliani? tutte le bombe?
Certo: ogni conflitto ha le sue cause, e queste vanno affrontate. Ma tutto sarà inutile finché gli uni non accetteranno l’esistenza degli altri ed il loro essere eguali, finché noi non accetteremo che la violenza conduce solo ad altra violenza.
«Bei discorsi. Ma che fare?» mi sento dire, anche qui nel silenzio.
Ognuno di noi può fare qualcosa. Tutti assieme possiamo fare migliaia di cose.
La guerra al terrorismo viene oggi usata per la militarizzazione delle nostre società, per produrre nuove armi, per spendere più soldi per la difesa. Opponiamoci, non votiamo per chi appoggia questa politica, controlliamo dove abbiamo messo i nostri risparmi e togliamoli da qualsiasi società che abbia anche lontanamente a che fare con l’industria bellica. Diciamo quello che pensiamo, quello che sentiamo essere vero: ammazzare è in ogni circostanza un assassinio. Parliamo di pace, introduciamo una cultura di pace nell’educazione dei giovani. Perché la storia deve essere insegnata soltanto come un’infinita sequenza di guerre e di massacri?
Io, con tutti i miei studi occidentali, son dovuto venire in Asia per scoprire Ashoka, uno dei personaggi più straordinari dell’antichità; uno che tre secoli prima di Cristo, all’apice del suo potere, proprio dopo avere aggiunto un altro regno al suo già grande impero che si estendeva dall’India all’Asia centrale, si rende conto dell’assurdità della violenza, decide che la più grande conquista è quella del cuore dell’uomo, rinuncia alla guerra e, nelle tante lingue allora parlate nei suoi domini, fa scolpire nella pietra gli editti di questa sua etica. Una stele di Ashoka in greco ed aramaico è stata scoperta nel 1958 a Kandahar, la capitale spirituale del mullah Ormar in Afghanistan, dove ora sono accampati i marines americani. Un’altra, in cui Ashoka annuncia l’apertura di un ospedale per uomini ed uno per animali, è oggi all’ingresso del Museo Nazionale di Delhi.
Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in passioni come il desiderio, la paura, l’insicurezza, l’ingordigia, l’orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento. Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi. Riprendiamo certe tradizioni di correttezza, reimpossessiamoci della lingua, in cui la parola « dio » è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a dire « fare l’amore» e non «fare sesso». Alla lunga, anche questo fa una grossa differenza.
È il momento di uscire allo scoperto, è il momento d’impegnarsi per i valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale molto più che con nuove armi.
Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderci tempo per riflettere, per stare in silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come l’uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei suoi passi si fa forte e lo turba, finché non si ferma e si siede all’ombra di un albero. Facciamo lo stesso. Visti dal punto di vista del futuro, questi sono ancora i giorni in cui è possibile fare qualcosa. Facciamolo. A volte ognuno per conto suo, a volte tutti assieme. Questa è una buona occasione. Il cammino è lungo e spesso ancora tutto da inventare. Ma preferiamo quello dell’abbrutimento che ci sta dinanzi? O quello, più breve, della nostra estinzione? Allora: Buon Viaggio! Sia fuori che dentro.

Tiziano Terzani

The last Bavorak for Ernesto Bano

E’ l’itinerario più atletico per raggiungere la Punta Udine. Ambiente severo e suggestivo. Spettacolare il 3° tiro nel marcato diedro superato per la prima volta a vista con scarponi rigidi da Didier Angelloz, guida alpina di Annecy (agosto 2009).

La via è dedicata alla Guida Alpina Ernesto Bano che intrattenne spesso gli ospiti del rifugio con racconti avventurosi legati alle Sue montagne sorseggiando Bavorak, pregiato aperitivo Slovacco.

L’abbinamento con la parte alta di Visto per il Perù, come viene proposto in questa relazione, ne fa una salita di gran classe. Assolutamente da non perdere !

Autori: Giancarlo Baret e Andrea Sorbino nel luglio 1998

Difficoltà: TD 6b+ max, 6a obbl.

Sviluppo: 390 m

Tempo di salita: 3-4 ore

Attrezzatura: Fix 10 mm, piastrine e soste omologate (estate 2008).

Discesa: dalla sosta 5 è possibile scendere in doppia lungo la via (soste con anelli), oppure dalla vetta seguire gli ometti fino al Colle del Coulour del Porco e il percorso della Ferrata fino al rifugio.

Descrizione: l’inizio della via, individuabile dal nome scritto alla base, si trova a pochi minuti dal rifugio lungo il sentiero che conduce al settore dei monotiri.

L1 40m. Attaccare sulla verticale dell’evidente diedro un pilastro che ben presto diventa strapiombante, atletico. 6a+

L2 30m. Superare due salti leggermente strapiombanti e le compatte placche del diedro. 5c, 6a

L3 35m. Si entra nel diedro con un passaggio atletico e faticoso, poi si affronta un muro tecnico; continuare nell’impressionante ed espostissimo diedro fino ad un comodo terrazzo. 6a, 6b+, 5c

L4 25m. Un corto strapiombo per raggiungere un sistema di placche compatte ben appigliate. 5c, 4b

L5 45m. Continuare l’arrampicata sulle placche inclinate. 4a

L6 15m. Spostarsi a destra e raggiungere la sosta in comune con la Cresta Est. 2b

L7 50m. Percorrere il canalino erboso fino al suo termine e raggiungere la Traversata degli Angeli e la sosta ancora in comune con la Cresta Est.

L8 20m. Lasciare a destra l’itinerario della Cresta Est e traversare a sinistra su tracce di sentiero per raggiungere la sosta di Visto per il Perù.

L9 45m. Proseguire ora su Visto per il Perù lungo la magnifica lunghezza che supera con magistrale intuizione il muro granitico di roccia compatta sfruttandone al meglio i punti deboli. 6a, 5c

L10 30m. Continuare su brevi risalti e ripide placconate per raggiungere una zona abbattuta di rocce rotte. 4c, 4a

L11 40m. Superare la asperità della cresta lungo brevi ma divertenti passaggi sovente atletici. 5b, 4a

L12 15m. Raggiungere la vetta a pochi metri dalla croce traversando a destra per superarne le ultime difficoltà. 4b, 3a

Dalla sosta 7 è possibile continuare lungo l’itinerario della Cresta Est oppure, in caso di maltempo, percorrere tutta la Traversata degli Angeli e raggiungere la Breccia degli Angeli, marcato intaglio sulla cresta spartiacque alla base del bel muro rosso della Udine. Dalla breccia scendere il canale detritico verso il Lago Porcieroles e risalire al Colle del Coulour del Porco per rientrare in rifugio (1 ora).

Montagna-terapia, di S. Carpineta, R. Villi

Montagnaterapia e Psichiatria

“Quando si sale sopra i mille metri le parole non possono che assumere un valore particolare!”
Con questa frase è iniziato il corso di formazione per operatori dei servizi psichiatrici e per soci del CAI, organizzato dall’Azienda Sanitaria della Provincia di Trento e dalla Sezione SAT-CAI di Riva del Garda.
Ed a pronunciarle è stato il Prof. Annibale SALSA, Presidente Generale del Club Alpino Italiano ed in questa veste prezioso animatore e relatore del corso.
Un’occasione che prosegue quella che ormai sta diventando, dopo il convegno dell’anno scorso, una vera e propria tradizione: vivere un momento di confronto scientifico “sul campo”, utilizzando la montagna ed un suo rifugio (l’accogliente Rifugio Nino Pernici alla Bocca di Trat) come luogo per praticare non solo la montagna ma anche l’impegno e la formazione scientifico-professionale, in questo caso quella attinente al campo della psichiatria.
All’incontro hanno partecipato più di cinquanta operatori dei Servizi Psichiatrici in particolare provenienti dal Trentino, ma anche con rappresentanze dall’Alto Adige, Lazio, Lombardia, Abruzzo, Marche e Veneto (non a caso quasi tutti soci del CAI!). Una presenza coesa ma al tempo stesso arricchita dalla diversità dei ruoli professionali (medici, infermieri, terapisti della riabilitazione, educatori professionali) e delle esperienze maturate nel proprio campo.
I tre giorni di lavoro sono stati aperti dalla relazione del Presidente Salsa, che in questo caso è stato presente sia come “uomo di montagna” che come antropologo e Professore Universitario esperto del mondo della psichiatria. Nel Corso queste sue due “anime” hanno trovato una positiva sintesi, tanto che la sua relazione è stata una profonda e dotta riflessione sull’uomo e la montagna, in tutti i suoi aspetti antropologici, culturali, storici e filosofici, e questo seguendo un percorso che ha permesso di giungere ad inquadrare il tema della montagna come “strumento” di terapia per le difficoltà esistenziali e in particolare per il disagio psichico.
A questa sono seguiti altri numerosi interventi, preordinati e non; e ne ricordiamo solo alcuni.
Gli operatori dell’Azienda Sanitaria (Bolognani, Tacchelli e Carpineta) assieme ai soci SAT (coordinati da Roberto Villi) ed alla Guida Alpina Paolo Calzà hanno proposto la loro esperienza maturata da quando, tre anni fa, è nato il “Progetto SOPRAIMILLE”. Giulio Scoppola, psicologo ed Istruttore di Alpinismo, ha ripercorso gli albori della “montagnaterapia” (utilizzata principalmente per la patologia psichiatrica ma che ormai si sta misurando anche con altre aree di intervento quali la cardiologia, l’oculistica, la geriatria, la terapia delle dipendenze) soffermandosi su numerosi aspetti della dimensione psicologica. Dino Ermini, Educatore Professionale ed esperto di riabilitazione psichiatrica, ha proposto la sua esperienza in questo campo e numerosi ed interessanti spunti metodologici ed applicativi, mentre lo psichiatra Paolo Di Benedetto ha tracciato un percorso teorico riuscendo a fornire una chiave di lettura culturale di grande interesse.
Se questi erano gli interventi programmati, sono stati numerosissimi quelli spontanei, attivati dall’interesse via via suscitato e dalle incessanti stimolazioni.
Ma ad un corso come questo non poteva ovviamente mancare una sessione pratica, e questa si è svolta, ovviamente, sul campo, in montagna. I corsisti hanno potuto, divisi in piccoli gruppi e sotto la guida di un conduttore/facilitatore, sperimentarsi con pratiche e tecniche le più svariate; si è passati dall’uso della verticalità come momento di riappropriazione del proprio corpo alla sperimentazione del gioco attraverso i cinque sensi, dall’osservazione della natura o la riscoperta dell’equilibrio utilizzati come momento di integrazione e di crescita alla “ricognizione” del rapporto uomo-sentiero, tutto sempre ricondotto alla costante dimensione gruppale come momento unificante. Tutte pratiche apprese o ri-apprese, fatte oggetto di pratica, riflessione ed approfondite discussioni. La sperimentazione su se stessi è stato il metodo migliore per apprendere strategie e tecniche da riproporre nei propri luoghi di lavoro, nelle rispettive aree di intervento, nei Centri di Salute Mentale o nelle Comunità Terapeutiche di provenienza.
E questo è stato uno dei grandi successi del corso. Il riuscire ad offrire materiale teorico e pratico ad operatori e tecnici che con il proprio entusiasmo e coinvolgimento potranno riproporlo nelle proprie realtà, attivando energie sicuramente presenti ma forse oggi non utilizzate.
Il secondo risultato, forse inatteso, è rappresentato dalla presa di coscienza che numerosissime realtà di questo tipo esistono in tutta Italia. Differenziate, con mezzi e strumenti diversi, senza necessariamente poggiarsi su le stesse scelte, metodologie o presupposti teorici, ma tutte assolutamente accomunate dalla ricerca di uno strumento nuovo ed efficace per la riabilitazione in psichiatria.
E se questo ha confortato gli organizzatori, in qualche senso “catalizzatori” di un momento di incontro così importante, ancora più sostanziale è apparsa la volontà di tutti di aumentare questa conoscenza, implementare i rapporti, “tessere la rete”.
E forse più di ogni altro è stato proprio il Presidente Salsa ad auspicare la prosecuzione di questo lavoro, ipotizzando addirittura una partecipazione diretta del CAI per la nascita di un progetto a livello nazionale.
Forse al Pernici è nata qualche cosa di importante.

S. Carpineta, R. Villi
Articolo pubblicato su “Lo Scarpone”, rivista del Club Alpino Italiano
Numero 11, novembre 2005

Io, senza nome a scuola dal guru di Tiziano Terzani

Tamil Nadu, domenica 4 luglio 1999
Lettera dall’India

Io, senza nome a scuola dal guru

Scrivo queste righe da uno strano posto. Strano, almeno per chi, come me, abituato da una vita a stare in mezzo alla gente e a scorrazzare per il mondo a raccontarne le storie e i mille problemi, improvvisamente si ritrova isolato da tutto, senza radio, senza televisione, senza giornali e con un unico problema su cui riflettere, ora per ora, giorno per giorno, settimana dopo settimana: «Chi sono io?». Da più di due mesi vivo, da «sisha» (colui che merita di studiare), in un «gurukulam» (famiglia del guru) nel Sud dell’India. Ho una mia spartanissima cameretta, mangio assieme a un centinaio di altri «sisha» seduto per terra, con le mani, da un piatto di metallo in cui, da dei gran calderoni, mi viene messo del cibo esclusivamente vegetariano – per cui mai uova o formaggio -, studio Vedanta, la parte finale dei Veda, i testi sacri indiani in traduzione inglese, e prendo lezioni di sanscrito, la lingua originale in cui questi testi sono stati tramandati, prima oralmente e poi per iscritto da tre, quattro millenni; forse da più. Le ragioni che portano una persona in un posto come questo, un «ashram» (eremitaggio), sono le più svariate. Fra i miei compagni di corso, tutti indiani, ci sono giovani sui trent’anni di buona famiglia e di ottima educazione che han fatto voto di celibato, si dicono liberati d’ogni possesso e desiderio materiale e si apprestano a indossare l’abito arancione dei «sannyasin», i rinunciatari, i mendicanti spirituali; ci sono vecchi con alle spalle vite di successo, venuti qui per familiarizzarsi con l’idea della morte, convinti come sono che dopo di quella torneranno a vivere in un altro corpo, non necessariamente uno umano, ognuno con un suo bagaglio di meriti e demeriti, karma, con cui dovranno fare i conti. Altri, specie le donne, son qui per dare un senso alla propria esistenza spesa, in India più che altrove, in un labirinto di riti e doveri familiari e sociali. Alcuni son qui invece che essere sul divano di uno psicanalista; altri ancora perché questo splendido isolamento dai rumori e dalle tensioni del mondo non costa nulla, o al massimo una piccola, discrezionalissima offerta: i ricchi seguaci del guru, fra cui alcuni dei grandi industriali del Paese, pagano per tutti.

Tiziano Terzani

A spasso con Jung, di Gian Piero Quaglino e Augusto Romano

L’amico è quell’altro che in parte siamo,
ma che non possiamo mai giungere a essere pienamente.

Opere di Carl Gustav Jung, vol. 9-1, p. 128

Se Jung ha ragione, proponiamo di definire l’amicizia come la difficile arte del rispecchiamento. Difficilissima, anzi, perché non c’è sull’amicizia verità se non fuggevole ed effimera, a dispetto di chi pensa all’amico come al porto più sicuro, al tesoro più grande. Di questa verità, di questo infinito gioco di specchi a cui l’autentica amicizia impegna e in cui la falsa si smarrisce, vogliamo qui dare prova con un campionario di detti e contraddetti (del tutto anonimi, piuttosto noti o assai celebri) alla maniera della scena IV, atto I del Cirano di Bergerac.

Apodittico: L’amicizia che cessa non è mai cominciata (Anonimo).

Brevettato: Puoi farti più amici in due mesi interessandoti agli altri che in due anni tentando di far sì che gli altri si interessino a te (Dale Carnegie).

Confortante: Si hanno un po’ meno amici di quanto si pensa, ma un po’ più di quanto si sa (Hugo von Hofmannsthal).

Decisivo: L’unico modo per avere un amico è essere un amico
(Ralph Waldo Emerson).

Etico: È meglio ingannarsi sul conto dei propri amici, che ingannare i propri amici (Johann Wolfgang Goethe).

Fondamentale: La cosa più importante che io possa fare per il mio amico è di essergli semplicemente amico (Henry David Thoreau).

Gentile: Gli amici sono coloro che ti raccontano le cose più belle di te che tu già conosci (Anonimo).

Hegeliano: E’ vero: “Chi trova un amico trova un tesoro”. Ma è ancora più vero che chi trova un tesoro, trova subito tanti amici (Wilhelm Muhs).

Impossibile: Amici, soci e seguaci d’esser tre in uno non sono capaci (Jaromir Hladik).

Limitativo: Se avete solo due amici, e ne avete ucciso uno, non rischiate di irritare l’altro (Tom Stoppard).

Matematico: L’amicizia aumenta la felicità e diminuisce la miseria, raddoppiando la nostra gioia e dividendo il nostro dolore (Joseph Addison).

Narcisista: Ho rinunciato all’amicizia di due persone: la prima non mi ha mai parlato di sé, l’altra non mi ha mai parlato di me (Nicolas de Chamfort).

Ostico: La cosa più difficile nell’amicizia non è quella di mostrare a un amico i nostri difetti: è quella di fargli vedere i suoi
(François de La Rochefoucauld).

Pragmatico: Per trovare un amico bisogna chiudere un occhio; per mantenere l’amicizia bisogna chiuderli entrambi (Norman Douglas).

Quale (e tale): Chi contempla l’amico, contempla quasi una qualche immagine di sé (Cicerone).

Reciproco: Come comportarci con gli amici? Come vorremmo che loro si comportassero con noi (Aristotele).

Sorprendente: Gli amici sono quelle rare persone che ti chiedono come stai e rimangono anche in attesa di una risposta (Anonimo).

Telepatico: Un amico è colui che indovina sempre quando si ha bisogno di lui (Jules Renard).

Unicista: Se qualcuno volesse farmi dire perché volevo bene a un amico, sento che solo risponderei: “Per¬ché era lui. Perché ero io”
(Michel de Montaigne).

Votato: Un vero amico è colui che sta con te quando preferirebbe essere altrove. (Anonimo)

Zelante: Un amico è uno che ti nuoce del tutto disin¬teressatamente (Wieslaw Brudzinski).

Un buon esercizio per coltivare quell’arte del rispecchiamento che l’amicizia impone è scriversi. Alla vec¬chia maniera, ovviamente, e rigorosamente alla larga da ogni tecnologismo. Come avrebbe potuto fare Basilio di Cesarea, supplice e accorato: “Se mi ami, scrivimi, ti prego; se sei imbronciato con me, scrivimi lo stesso, a dispetto del tuo broncio. Sarà sempre per me una gran¬de gioia ricevere una lettera da un amico, anche se un po’ irritato. Dunque, deciditi ! Esci dalla tua indolenza ! E non dire che non sai cosa scrivere. Se non hai nulla da scrivermi, dimmi che non hai nulla da scrivermi: per me è già qualche cosa di importante e di bello”. E se poi, non avendo amici, si vorrà coltivare l’amicizia, si potrà comunque scrivere direttamente a se stessi.

Tratto da: “A spasso con Jung”
Di Gian Piero Quaglino e Augusto Romano
Raffaello Cortina Editore